Spagna: regolarizzare per non cambiare. Svolta storica o maquillage politico?

La nuova regolarizzazione straordinaria dei migranti in Spagna è stata celebrata come una vittoria dei diritti. E in effetti lo è, almeno in parte. Ma cosa succede quando una regolarizzazione diventa la soluzione ricorrente a un sistema che continua a produrre irregolarità e violenza?
All’inizio del 2026 la Spagna ha approvato una regolarizzazione straordinaria delle persone migranti residenti nel Paese senza un permesso di soggiorno, purché entrate prima del 31 dicembre 2025 e in grado di dimostrare una permanenza pari o superiore a cinque mesi nel territorio nazionale. Si tratta di una misura di ampia portata che riguarda centinaia di migliaia di persone e che è stata celebrata come una netta rottura in un panorama europeo, e globale, segnato da una progressiva restrizione delle politiche migratorie e dei diritti dei migranti. Nonostante la retorica allarmista alle frontiere, nella maggioranza dei casi le persone che si trovano in situazione di irregolarità non sono entrate attraverso canali informali, ad esempio via mare, ma hanno fatto ingresso in modo regolare, scivolando nell’irregolarità alla scadenza del visto o del permesso di soggiorno, e nell’impossibilità di rinnovarlo a causa di requisiti sempre più stringenti. L’irregolarità, dunque, non è un dato di fatto, ma il prodotto di un sistema normativo che crea precarietà giuridica strutturale.
La riforma, promossa dal basso dalla piattaforma Regularización Ya, che dal 2020 riunisce collettivi migranti e associazioni antirazziste, risponde alle richieste di chi vive quotidianamente la contraddizione di un sistema che si regge anche sul lavoro migrante ma lo mantiene strutturalmente sottopagato e invisibile. In questo senso, la regolarizzazione rappresenta un passaggio significativo: non solo amplia formalmente i diritti, ma soprattutto riconosce e rende visibile un collettivo che sostiene settori centrali dell’economia, dal lavoro di cura all’agricoltura, fino all’edilizia, contribuendo in modo determinante al funzionamento del paese.
In un contesto europeo segnato dalla recrudescenza delle politiche restrittive, basti pensare al Patto Europeo Migrazione e Asilo o all’accordo Italia-Albania, la misura spagnola appare senza dubbio controcorrente, dimostrando che la gestione delle migrazioni non è necessariamente destinata a muoversi esclusivamente lungo il binario della chiusura e della criminalizzazione. Eppure la questione è più complessa di quanto l’entusiasmo iniziale possa suggerire.
Regolarizzare senza trasformare: i limiti della svolta spagnola
Rispondendo alle critiche dell’ultradestra, il leader spagnolo Pedro Sánchez ha difeso la riforma parlando di dovere morale e pragmatismo: “Accogliere chi viene da fuori cercando una vita migliore non è solo un dovere a cui ci obbliga il diritto internazionale, ma anche un passo essenziale per garantire la prosperità e la sostenibilità del nostro Stato del benessere”.
Più che a un’esigenza di giustizia sociale, la regolarizzazione sembra rispondere a una combinazione di retorica umanitaria e pragmatismo politico. Non rappresenta quindi un vero cambio di paradigma nel sistema migratorio spagnolo ed europeo; piuttosto, ne gestisce alcune contraddizioni. La misura interviene infatti a sanare una situazione prodotta dalle stesse politiche migratorie: molte delle persone oggi irregolari sono diventate tali per la scarsità di canali legali e accessibili di soggiorno. In questo senso, più che trasformare il sistema, la regolarizzazione ne attenua temporaneamente gli effetti più evidenti. Inoltre, dietro una patina umanitaria, la scelta è guidata da considerazioni utilitaristiche. Regolarizzare significa certamente garantire più diritti, ma significa anche rispondere all’invecchiamento demografico, rafforzare il sistema previdenziale e colmare carenze strutturali nel mercato del lavoro. Un vero ripensamento dei diritti e della mobilità richiederebbe invece di intervenire sulle norme che producono l’irregolarità e non solo tardivamente sui suoi effetti. Del resto, regolarizzazioni simili sono già state adottate sia in Spagna sia in altri paesi europei, Italia inclusa, senza mettere davvero in discussione il modello di gestione delle frontiere, che anzi ne è uscito rafforzato. Inoltre, gli stessi collettivi promotori avvertono che requisiti burocratici stringenti, tempi troppo brevi e carenze amministrative potrebbero escludere molte persone migranti, riducendo l’efficacia reale della misura.
“Accogliere chi viene da fuori cercando una vita migliore non è solo un dovere a cui ci obbliga il diritto internazionale, ma anche un passo essenziale per garantire la prosperità e la sostenibilità del nostro Stato del benessere”
Pedro Sánchez
Regolarizzare dentro, blindare fuori
Mentre regolarizza una parte della popolazione migrante già presente sul proprio territorio, la Spagna lascia sostanzialmente intatti i pilastri della sua politica migratoria restrittiva: esternalizzazione delle frontiere, cooperazione con Paesi terzi per il contenimento dei flussi e apertura limitata di canali legali e sicuri di ingresso nel lungo periodo. Nella “Relazione Annuale sulla Sicurezza Nazionale 2024” del governo Sánchez, le migrazioni continuano a essere inquadrate in chiave securitaria, come una delle principali minacce alla sicurezza nazionale. Di conseguenza, la risposta resta ancorata a questa logica. È una contraddizione che emerge anche nelle parole di Saliou Diouf, presidente del collettivo senegalese Boza Fii, impegnato da anni nella difesa dei diritti delle persone migranti. Secondo Diouf, la regolarizzazione rappresenta “un’opportunità importante per alcune persone che vivono in Spagna da molto tempo” e, nel contesto europeo attuale, può essere letta come uno sviluppo positivo rispetto alle politiche di altri paesi, come Germania, Francia o Italia. Allo stesso tempo, però, avverte che resta una contraddizione profonda: mentre si regolarizza una parte della popolazione migrante già presente nel paese, “si continuano a rafforzare le frontiere”. Per Diouf, il rischio è che la misura finisca per affrontare solo gli effetti più visibili del problema senza intervenire sulle sue cause strutturali. “La regolarizzazione cerca di risolvere un piccolo problema, ma non quello più grande”, osserva, ricordando che le persone continuano a morire in mare mentre l’Europa prosegue nella firma di accordi con i paesi africani per contenere le partenze, utilizzando la migrazione “in modo strumentale, quando serve ai propri interessi”.
Nel 2024, la rotta atlantica verso le Isole Canarie, uno dei principali punti di accesso al territorio spagnolo dall’Africa occidentale, è stata tra le più letali al mondo. Invece di ampliare vie di accesso sicure o riformare in maniera più equa la politica dei visti, il governo spagnolo ha continuato a investire centinaia di milioni di euro nella gestione esternalizzata delle frontiere, stringendo nuovi accordi di cooperazione con paesi come Senegal, Gambia e Mauritania. Allo stesso tempo, prosegue la collaborazione con il Marocco per il controllo della rotta del Mediterraneo occidentale e delle enclavi di Ceuta e Melilla. Numerosi studi evidenziano come tali collaborazioni non comportino una riduzione significativa delle partenze, ma finiscano piuttosto per rafforzare governi autoritari, alimentare violenza e mortalità lungo le rotte migratorie e disperdere risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo. Il tutto senza incidere sulle cause strutturali della mobilità, tra cui la dipendenza economica di molti paesi di origine da interessi e dinamiche commerciali europee, che perpetuano rapporti profondamente diseguali.
Cambio di paradigma o gestione più efficiente?
Se da un lato la regolarizzazione è senza dubbio un passo avanti sul piano dei diritti, dall’altro non rappresenta un vero cambio di direzione. Non nasce un nuovo modo di pensare la migrazione: cambia piuttosto il modo di gestirla, rendendolo più flessibile e più legato agli interessi economici e politici del paese. L’impostazione di fondo, centrata sul controllo e sulla chiusura delle frontiere, resta intatta, per questo la celebrazione del “modello spagnolo” dovrebbe essere più cauta. Ancora una volta, le persone migranti vengono riconosciute soprattutto quando risultano utili: al mercato del lavoro, al sistema previdenziale, alla stabilità politica. Ma il quadro generale non cambia. Nel lungo periodo, questo equilibrio è fragile. Finché la migrazione viene raccontata principalmente come un problema di ordine pubblico o come una minaccia, il dibattito resta sul terreno che favorisce le destre xenofobe. Questa retorica non tutela le persone migranti, ma nemmeno risponde davvero alle paure di quei cittadini che si sentono insicuri o lasciati soli. La regolarizzazione spagnola è quindi, insieme, un progresso necessario e il segnale dei limiti profondi dell’attuale politica europea sulla mobilità. Forse, invece di continuare con una politica che prima produce irregolarità strutturale e poi si gloria di regolarizzarla, è arrivato il momento di andare oltre. Piuttosto che limitarsi a gestirne le conseguenze, la politica dovrebbe metterne in discussione le basi, a partire da una revisione delle politiche dei visti e dalla creazione di canali di ingresso legali e sicuri.
Agnese Pacciardi
Agnese Pacciardi is a researcher at the University of Sussex, focusing on migration, border politics, gender, and social justice from a critical, feminist, and decolonial perspective.
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