Tra progresso e regressione: la continua battaglia per i diritti LGBTQIA+

I diritti LGBTQIA+ variano drasticamente tra diversi paesi. Mentre la Spagna sta facendo significativi progressi nel riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA+, paesi come l’Ungheria e ora gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, hanno recentemente fatto marcia indietro, minacciando l’autodeterminazione di genere e i diritti fondamentali delle persone trans e non binarie.
“Io dentro mi sento donna”, disse Carlos*, un amico in Spagna vent’anni fa. “Sto bene col mio corpo da ‘uomo’, mi piace, ma dentro… dentro sono donna!”, aggiunse. “E finalmente potremo sposarci con José*!” concluse. La Spagna, guidata all’epoca dal presidente del governo José Luis Rodríguez Zapatero, aveva appena adottato la legge 13/2005 che permetteva i matrimoni fra coppie omosessuali. Era il terzo paese al mondo dopo Olanda e Belgio a riconoscerli giuridicamente ed era un primo segnale dall’Europa meridionale. A oggi sono più di 30 paesi a riconoscerli, in Italia dal 2016.
Nel 2023, la Spagna ha adottato anche la cosiddetta “Ley Trans” (legge 4/2023) per tutelare i diritti delle persone LGBTQIA+ e promuovere un’uguaglianza effettiva delle persone non-binarie. Così come già indicato dai Principi di Yogyakarta, dal Consiglio d’Europa nella risoluzione 2048 (del 2015) e dalla strategia per l’uguaglianza LGBTIQ 2020-2025 dell’Unione Europea, anche questa legge prevede la possibilità di autodeterminare il proprio genere. Infatti, il movimento queer ci ha insegnato che non ci sono limiti a come una persona si possa sentire, anche fluida (gender fluid).
Sempre la “Ley Trans” include delle iniziative per incrementare l’accesso al lavoro delle persone LGBTQIA+ in Spagna e per ridurre il tasso di disoccupazione delle persone non-binarie che ammonta all’80 per cento. Questo riflette come l’essere uomo, donna o altro influenzi molti aspetti della nostra vita quotidiana, compreso il lavoro, le relazioni familiari e sociali, e persino le interazioni nei negozi. Grazie alla filosofa Judith Butler, abbiamo capito che spesso riproduciamo i ruoli che fin da bambine o bambini pensiamo siano i ruoli “giusti” per noi, esibendoci in una performance, come fosse un’esecuzione teatrale. Ad esempio, una bambina che fin da piccola impara che deve essere dolce e premurosa, ripeterà spesso questi comportamenti, come se stesse interpretando un ruolo – anche se non è necessariamente quello che sente veramente. Allo stesso modo, un bambino che fin da piccolo impara che deve essere forte e dominante, mostrerà ripetutamente comportamenti che corrispondono a questo “ruolo”, anche se non si adattano al suo vero sé. Queste azioni e aspettative ripetute plasmano l’identità che sviluppiamo nel tempo.
Grazie alla filosofa Judith Butler, abbiamo capito che spesso riproduciamo i ruoli che fin da bambine o bambini pensiamo siano i ruoli “giusti” per noi, esibendoci in una performance, come fosse un’esecuzione teatrale.
Alexandra Tomaselli
Le leggi che permettono o facilitano l’autodeterminazione di genere, come la “Ley Trans” in Spagna e la legge entrata in vigore in Germania lo scorso 1° novembre aiutano a modificare queste aspettative sociali, facilitando un ambiente in cui le persone possano vivere più autenticamente e secondo ciò che sentono di essere senza dover aderire rigidamente a ruoli predefiniti.
In quest’ambito, la Spagna, anche grazie a grandi mobilitazioni, ha saputo riconoscere che la diversità di genere è parte della nostra vita e che può essere liberamente espressa e determinata. Questo riconoscimento implica anche una comprensione più approfondita della dimensione biologica del sesso (o sesso assegnato alla nascita), che va oltre la semplice distinzione basata sui genitali esterni, come la vulva o il pene. Infatti, entrano in gioco molti altri fattori, come cromosomi, gonadi (testicoli e ovaie), ormoni, caratteristiche sessuali secondarie (peli, mascella squadrata, pomo d’Adamo, forma del corpo, ecc.) e genitali interni (utero, prostata, ecc.). L’intersessualità può essere data da ben 40 modi in cui i geni e i cromosomi si combinano. Per esempio, questi ultimi possono essere XX e XY, ma anche XXY, XXXY, XYY e altre varietà. Inoltre, ci possono essere geni sui cromosomi, ad esempio un interruttore on/off sul cromosoma Y. Un caso concreto è quello della sindrome da insensibilità agli androgeni (AIS dal nome inglese androgen insensitivity syndrome), come nel caso di María José Martínez-Patiño, un’ex ostacolista spagnola. Negli anni Ottanta, dopo essere stata sottoposta a un test del sesso, scoprì di avere cromosomi XY, nonostante il suo aspetto e la sua identità femminile. A causa di ciò, le fu vietato di competere, perse la carriera sportiva e subì una grande esposizione mediatica. In seguito, però, lottò per i suoi diritti e fu reintegrata, diventando una voce importante per ogni atleta intersex e contro i test del sesso discriminatori.
Tuttavia, questa realtà scientifica è spesso ignorata da politiche conservatrici come quelle dell’amministrazione Trump, che ha cercato di restringere legalmente l’esistenza del genere a sole due categorie. Infatti, tra i primi decreti esecutivi firmati dal presidente rieletto c’è stato quello di imporre alle agenzie federali di usare solamente la dicitura maschio o femmina in tutti i formulari ufficiali, quindi inclusi i passaporti, cancellando più di un milione e mezzo di persone con cittadinanza americana che si autoidentificano come transgenere o non binarie. Questa restrizione ha gravi conseguenze nella vita quotidiana, come nel caso delle persone non binarie che, a causa di questi cambiamenti, si ritroveranno impossibilitate a richiedere un documento per viaggiare all’estero che le rappresenti correttamente, rischiando di subire controlli umilianti alle frontiere, mentre i passaporti rilasciati finora rimarranno validi fino alla scadenza. Queste politiche si basano sull’idea di un’identità fissa e immutabile, negando il fatto che il genere sia un costrutto sociale che si forma nelle nostre azioni quotidiane. Negare l’autodeterminazione del genere significa non solo ignorare la diversità, ma anche ostacolare i diritti fondamentali, come la dignità e la libertà di espressione, alimentando discriminazione e rafforzando le barriere sociali e legali che emarginano le persone transgenere e non binarie.
Negare l’autodeterminazione del genere significa non solo ignorare la diversità, ma anche ostacolare i diritti fondamentali, come la dignità e la libertà di espressione, alimentando discriminazione e rafforzando le barriere sociali e legali che emarginano le persone transgenere e non binarie.
Alexandra Tomaselli
Trump non è il solo a sposare e perpetuare politiche ultraconservatrici. In Europa orientale, governi come quello ungherese o polacco si dichiarano contrari all’uguaglianza di genere, anche a livello di Unione europea. Proprio la settimana scorsa, il parlamento ungherese ha approvato una proposta di legge avanzata dal partito Fidesz di Orban, che mira a vietare le parate annuali del Pride in Ungheria. Inoltre, com’è noto, nel 2020, l’Ungheria ha approvato una legge che impedisce l’autodeterminazione di genere, quindi in piena contrapposizione con la Spagna ma anche con la giurisprudenza della Corte costituzionale ungherese che, nel 2018, aveva affermato che l’autodeterminazione di genere fosse parte del diritto alla dignità umana.
Nel 2021, sempre la Corte costituzionale ungherese aveva chiarito che questo divieto non si dovesse applicare retroattivamente, ossia che le domande presentate prima del 2020 potessero proseguire il loro iter giuridico. Tuttavia, nel febbraio 2023 questa stessa corte ha rigettato il ricorso di una persona che aveva iniziato il procedimento legale per cambiare il proprio genere prima dell’entrata in vigore della legge, contraddicendosi e ponendo le basi per l’incertezza giuridica anche di tutte le altre domande presentate prima del 2020. Ciò è in netta contrapposizione anche con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani, che già dal 2002, nel caso Christine Goodwin v. the United Kingdom, ha chiarito che rifiutare il cambiamento di genere sui propri documenti è una violazione del diritto alla vita privata. In quel caso una donna trans subiva maltrattamenti sul lavoro e un diverso trattamento pensionistico a causa della mancata modifica del genere nei suoi documenti ufficiali, dimostrando chiaramente che l’autodeterminazione sessuale è una componente essenziale dei diritti umani fondamentali.
Pertanto, come già affermato in Spagna e ribadito dalla Corte europea dei diritti umani, le legislazioni nazionali dovrebbero riconoscere il diritto all’autodeterminazione di genere. Ciò non solo per garantire alle persone trans e/o non-binarie di venire riconosciute ma anche per prevenire sofferenze evitabili. Infatti, chi non si riconosce nel proprio corpo può soffrire di grandi disagi ed ansia. In Italia, tale disagio viene chiamato disforia di genere e può avere gravi conseguenze, spingendo le persone anche a compiere atti estremi. Senza una solida base giuridica, molte persone come il mio amico Carlos* restano invisibili ed escluse dalla società. Una legislazione inclusiva è fondamentale affinché anche chi non rientra nello schema tradizionale cis-normativo si senta visibile e riconoscibile, con gli stessi diritti e opportunità di tutte le persone.
*nome di fantasia

Alexandra Tomaselli
Formata in diritto internazionale e scienze sociali, Alexandra Tomaselli è Senior Researcher presso l’Istituto sui Diritti delle Minoranze e co-coordinatrice del gruppo di ricerca Gender Dynamics di Eurac Research. Si occupa di minoranze, studi di genere, intersezionalità, diritti umani e popoli indigeni in diversi paesi europei e oltreoceano.
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