Cronache di una riforma incompiuta

Quando, nell’ottobre 2022, i presidenti delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome presentarono una proposta congiunta di revisione degli statuti, sembrava aprirsi una nuova stagione del regionalismo speciale. L’obiettivo era aggiornare autonomie nate nel secondo dopoguerra alla luce delle trasformazioni intervenute negli ultimi decenni, dall’integrazione europea all’autonomia differenziata prevista dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.
Nel giro di pochi mesi, tuttavia, quello che doveva essere una strada comune alle cinque regioni a statuto speciale, si trasforma in una corsia a senso unico per il Trentino-Alto Adige. Il negoziato con il Governo ha finito per riguardare solo la riforma dello Statuto del Trentino-Alto Adige, mentre le altre autonomie speciali sono rimaste (o si sono relegate?) ai margini del processo.
Da qui nasce la domanda che guida questo contributo: che cosa è rimasto del dibattito sulle autonomie speciali nelle altre regioni? Se il progetto di una riforma comune si è sostanzialmente arrestato, il tema dell’autonomia continua comunque a occupare il dibattito politico e istituzionale? La risposta breve è sì. Quella più articolata emerge dall’analisi dei diversi percorsi intrapresi da Valle d’Aosta, Sardegna, Sicilia e Friuli-Venezia Giulia.
Valle d’Aosta: un dibattito presente ma senza una direzione politica condivisa
Probabilmente la Valle d’Aosta rappresenta il caso più emblematico della perdita di slancio della riforma statutaria. Sul piano istituzionale la Regione aveva aderito alla proposta comune presentata nel 2023 insieme alle altre autonomie speciali. La bozza prevedeva un ampliamento delle competenze legislative, maggiori poteri in materia ambientale, culturale e di governo del territorio e un rafforzamento del sistema delle norme di attuazione.
Tuttavia, come ha osservato Roberto Louvin, il processo è rimasto prevalentemente tecnico e poco partecipato. Il Consiglio regionale non ha discusso preventivamente i contenuti della proposta e il dibattito pubblico è stato molto limitato. Secondo il costituzionalista, la Valle d’Aosta ha assunto una posizione sostanzialmente attendista, lasciando che fosse soprattutto Bolzano a guidare l’iniziativa.
Negli ultimi mesi il tema è comunque riemerso nel confronto politico. Alcune forze autonomiste chiedono di aggiornare lo Statuto per evitare una regressione delle competenze e adattarlo al nuovo contesto istituzionale, mentre altri invitano alla prudenza, ritenendo rischioso aprire una revisione costituzionale senza un accordo politico solido con lo Stato. Parallelamente, Louvin ha più volte criticato la scarsa attenzione della politica valdostana verso il dibattito nazionale sull’autonomia differenziata, sostenendo che ignorarlo significherebbe rinunciare a influenzare il futuro dell’autonomia speciale. Nel complesso, il dibattito esiste, ma appare frammentato e privo di una chiara leadership.
Sardegna: l’autonomia torna al centro del dibattito
Se in Valle d’Aosta prevale la cautela, in Sardegna il tema dell’autonomia sembra aver ritrovato centralità. Il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini ha più volte sostenuto che lo Statuto speciale, pur mantenendo intatto il proprio valore storico, non sia più adeguato alle sfide contemporanee. Secondo Comandini, la Sardegna ha utilizzato molto meno delle altre autonomie speciali gli strumenti previsti dal proprio Statuto e rischia oggi di essere superata dalle regioni ordinarie che chiedono maggiori competenze attraverso l’autonomia differenziata. Per questo propone di ripensare il modello autonomistico sardo e costruire un’alleanza tra la Sardegna, gli enti locali e le altre regioni autonome per negoziare con maggiore forza con lo Stato.
Il tema è tornato anche fuori dalle istituzioni; nel 2026 si sono moltiplicati incontri pubblici e iniziative rivolte ai giovani, come il dibattito organizzato dalla scuola di formazione politica NextGen Politics, nel quale ex presidenti della Regione hanno discusso le prospettive dell’autonomia sarda nell’era dell’autonomia differenziata.
Sicilia: dagli anniversari alla proposta di una nuova fase costituente
Anche in Sicilia il 2026 ha riportato l’autonomia al centro dell’attenzione grazie all’ottantesimo anniversario dello Statuto speciale. Le celebrazioni promosse dall’Assemblea Regionale Siciliana e dall’Università di Palermo hanno avuto un tono tutt’altro che celebrativo. Il messaggio ricorrente è stato che lo Statuto conserva una forte attualità, ma molte delle sue disposizioni, soprattutto quelle finanziarie, non sono mai state pienamente attuate. Più che una difesa simbolica della specialità, gli interventi hanno insistito sulla necessità di renderla realmente operativa e aggiornarla rispetto al nuovo quadro costituzionale.
Durante il convegno organizzato dall’Università di Palermo, diversi relatori hanno inoltre evidenziato il paradosso per cui oggi le regioni speciali si trovano in alcuni casi in una posizione meno flessibile delle regioni ordinarie: mentre queste ultime possono ottenere nuove competenze attraverso l’autonomia differenziata, la modifica degli statuti speciali continua a richiedere una revisione costituzionale.
Ancora più significativa è l’iniziativa promossa nel giugno 2026 da Roberto Tagliavia e da numerose associazioni della società civile, che hanno proposto la creazione di un Comitato per la riforma dello Statuto siciliano.
L’idea di fondo è che l’autonomia del 1946 non possa essere semplicemente conservata, ma debba essere ripensata alla luce dell’integrazione europea, del ruolo della Sicilia nel Mediterraneo e dell’autonomia differenziata. In questa prospettiva, la prossima Assemblea regionale dovrebbe assumere una vera funzione costituente.
Friuli-Venezia Giulia: dove autonomia significa soprattutto riforma istituzionale
Il caso del Friuli-Venezia Giulia si discosta da quanto visto finora. Qui il dibattito non riguarda principalmente la revisione dello Statuto speciale, bensì l’organizzazione interna dell’autonomia regionale. Il Consiglio regionale ha infatti approvato il ritorno delle Province di Udine, Gorizia, Pordenone e Trieste, cancellando l’assetto introdotto dopo la riforma Delrio. La maggioranza presenta questa scelta come un rafforzamento dell’autonomia territoriale e della capacità amministrativa regionale, con un trasferimento graduale di funzioni, risorse e personale.
Le opposizioni, invece, parlano di una riforma incompleta, contestando l’assenza di competenze chiaramente definite e definendo le nuove Province una "scatola vuota" (TriestePrima, 2026).
Pur trattandosi di un tema diverso rispetto alla revisione degli statuti speciali, il caso friulano mostra come il dibattito sull’autonomia continui a evolversi anche attraverso la ridefinizione dei livelli di governo all’interno delle regioni autonome.
Un dibattito vivo, ma frammentato
Se il progetto unitario di riforma degli statuti speciali sembra essersi sostanzialmente esaurito, non altrettanto si può dire del dibattito sull’autonomia. L’autonomia differenziata ha modificato profondamente il contesto nel quale operano le regioni speciali, costringendole a interrogarsi sul proprio ruolo e sulla propria capacità di mantenere una posizione di vantaggio rispetto alle regioni ordinarie (cfr. sentenza n. 192/2024 della Corte costituzionale). Le risposte, però, sono molto diverse. Se la Valle d’Aosta appare ancora alla ricerca di una strategia condivisa; la Sardegna discute di una nuova stagione autonomistica; e mentre la Sicilia prova a rilanciare una riflessione complessiva sul proprio Statuto; il Friuli-Venezia Giulia concentra la sua attenzione sulla riorganizzazione delle proprie istituzioni territoriali.
Più che assistere alla fine del dibattito sulle autonomie speciali, sembra quindi che si stia entrando in una fase post-riforma, nella quale non esiste più un progetto comune, ma una pluralità di percorsi regionali, ciascuno influenzato dalle proprie priorità politiche, istituzionali e territoriali. D’altronde, le Regioni a statuto speciale non sono forse nate per rispondere a esigenze differenti e a specificità territoriali, storiche e linguistiche peculiari? E se la loro diversità è all’origine della specialità, perché aspettarsi oggi un’evoluzione uniforme del dibattito autonomistico?

Eugenia Ricciotti
Eugenia Ricciotti is a Master’s student in Human Rights and Sustainability at the OSCE Academy in Bishkek. She holds a Master’s degree in Law from the University of Trento. Her research interests focus on minority and Indigenous peoples’ rights, with particular attention to mobility, border governance, and climate justice. She also loves mountains, cats, and noodles in all their shapes.
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