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Economia circolare in Alto Adige: attitudini, percezioni e comportamenti della cittadinanza

Intervista a Chiara Pellegrini, esperta di management della sostenibilità, e Jessica Balest, sociologa ambientale

Questo studio ha coinvolto quasi mille persone. Che ruolo ha la cittadinanza nell’economia circolare?
Jessica Balest:
L’economia circolare non riguarda solo processi industriali e produttivi: passa dalle scelte quotidiane delle persone. Ogni giorno decidiamo cosa comprare, ma anche come usare un oggetto – se ripararlo, ricondizionarlo, donarlo o smaltirlo – contribuendo così a chiudere la catena del valore. In questo senso, le persone non sono semplici destinatarie delle politiche ambientali, ma hanno un ruolo chiave, capace di incidere orientando la domanda, di stimolare nuovi modelli di offerta, e di accelerare (o rallentare) la transizione verso un’economia che non si limita a produrre rifiuti, ma valorizza risorse, materiali e prodotti lungo l’intero ciclo di vita. Le scelte di consumo incidono direttamente sull’impatto ambientale e climatico legato alla produzione, all’uso e allo smaltimento dei prodotti.

Sì, al questionario hanno aderito 994 persone, con un tasso di risposta dell’83%, rispondendo a 38 domande suddivise in quattro aree principali: conoscenza e consapevolezza, pratiche di consumo circolare, attitudini e percezioni, opinioni su servizi ed interventi pubblici.

Il modello circolare “prendere–usare–riusare” come alternativa sostenibile a quello lineare tradizionale “prendere–usare–gettare”. Qual è il livello di conoscenza sull’economia circolare in Alto Adige, e quali sono le pratiche più diffuse?
Chiara Pellegrini:
La maggioranza (57%) della popolazione altoatesina valuta di avere una conoscenza buona o molto buona del tema, ma non è trascurabile che oltre quattro persone su dieci dichiarino una conoscenza assente o limitata. Questo divario evidenzia un ampio margine di miglioramento per rafforzare informazione e sensibilizzazione, e per tradurre la consapevolezza in pratiche concrete.

Come valuta la sua conoscenza dell’economia circolare? N=994

Tra le pratiche circolari, minimizzare gli acquisti a solo quando è davvero necessario, così come riparare o fare manutenzione ai propri oggetti sono azioni adottate (spesso o qualche volta) da più di nove persone su dieci. Di contro, l’upcycling e la scelta di prodotti usati sono meno comuni e questo suggerisce che c’è ancora spazio per sviluppare nuovi servizi e iniziative che favoriscano queste pratiche.

Quanto spesso le capita di adottare i seguenti comportamenti? N=994

Tra i tanti prodotti che usiamo ogni giorno, su quali avete scelto di concentrarvi — e perché?
Pellegrini:
L’indagine ha indagato percezioni e comportamenti rispetto a sei categorie di prodotti: abbigliamento, mobili, elettronica, abiti per bambini e giocattoli, attrezzatura sportiva. La scelta non è casuale: sono ambiti che accompagnano la vita quotidiana di famiglie e singole persone, ma con cicli di vita molto diversi. Si passa dagli smartphone, spesso soggetti a obsolescenza programmata, ai mobili che possono durare generazioni, fino agli abiti per bambini, sostituiti più per crescita che per reale usura.

Per ciascuna categoria, lo studio ha indagato la propensione al riciclo, alla riparazione, alla manutenzione, al riutilizzo e, più in generale, all’estensione della vita utile dei prodotti.

Sintesi di tre domande: Quali prodotti di seconda mano acquista?, Quali oggetti ripara o fa riparare?, Quali oggetti trasforma in qualcosa di nuovo quando non hanno più una funzionalità? N=994

L’abbigliamento è la categoria in cui le pratiche circolari sono più diffuse: in Alto Adige, il 29% delle persone acquista usato, il 71% ripara i capi e il 36% li trasforma per dar loro una nuova funzione. Seguono arredamento ed elettronica. In quest’ultimo ambito, però, l’upcycling resta ancora limitato: solo il 7% delle persone dichiara di far rigenerare o di acquistare dispositivi elettronici ricondizionati. Questo ambito rappresenta quindi un’area con un grande potenziale di sviluppo in futuro.

Dai dati emergono differenze significative tra gruppi diversi della popolazione?
Balest:
Per garantire la rappresentatività, i dati sono stati calibrati da ASTAT sulla base di variabili quali genere, età, territorio, titolo di studio.
Nel report sono raccolti i risultati principali del sondaggio, ma l’analisi puntuale delle singole domande fa emergere alcune differenze interessanti. Ad esempio, come dicevamo, il 95% della popolazione dichiara di acquistare prodotti solo quando necessario, ma questa scelta è più frequente tra gli uomini (80% contro il 72% delle donne), tra le persone over 40 e tra chi ha un livello di istruzione più elevato.
Altre differenze si osservano invece in funzione del luogo di residenza, del gruppo linguistico o del tipo di lavoro.

Quando si tratta di compiere delle scelte, barriere e incentivi fanno la differenza. Quali sono le percezioni della cittadinanza sulle pratiche circolari a questo proposito, e quali opportunità emergono?
Pellegrini:
I risultati del sondaggio mostrano che da un lato pesano alcune barriere, in particolare la scarsa disponibilità di servizi — come negozi dell’usato o centri di riparazione, i dubbi su qualità e igiene dei prodotti usati e la mancanza di competenze per intervenire direttamente sugli oggetti. Dall’altro, però, emergono leve molto forti: convenienza economica e sostenibilità ambientale. Risparmiare e ridurre l’impatto sull’ambiente restano motivazioni decisive, su cui puntare per far crescere queste pratiche.

A che punto è l’Alto Adige quanto a pratiche di economia circolare – e quali azioni concrete possono accelerarne lo sviluppo?
Balest:
L’economia circolare in Alto Adige è una realtà promettente, con margini di crescita ampi. La conoscenza del tema è ancora medio-bassa e alcune pratiche — come la rigenerazione dei dispositivi elettronici — sono ancora poco diffuse. Investire in informazione, formazione e servizi può aiutare a superare le barriere e rendere la circolarità una scelta quotidiana. Anche perché il cambiamento parte anche da gesti semplici: riparare, riusare, condividere.

I bisogni emersi dalle risposte indicano una direzione precisa: più servizi di riparazione (67%), negozi dell’usato accessibili e di qualità (41%) e spazi dedicati all’upcycling (40%). Riguardo agli incentivi, le priorità sono prezzi più bassi per prodotti usati o rigenerati (54%), benefici fiscali per la riparazione (48%) e tariffe rifiuti più vantaggiose per chi ricicla di più (46%).

Sul fronte delle politiche pubbliche, al primo posto ci sono le campagne di informazione (62%). Un dato significativo: nonostante una buona propensione e conoscenza già diffusa, emerge chiaramente che il potenziale di crescita passa ancora — soprattutto — da una migliore informazione. In Alto Adige, l’attitudine alla sostenibilità c’è ed è forte e va sostenuta per rendere l’economia circolare un modello di sviluppo virtuoso, anche in termini di inclusione e giustizia sociale.

Quali servizi nel suo comune la aiuterebbero ad adottare più comportamenti circolari? N=994

Quali sono i prossimi passi?
Pellegrini:
Il punto di partenza resta la centralità delle persone: la circolarità funziona solo se porta a ripensare i modelli di consumo, preservando il valore delle risorse nel tempo e riducendo la produzione dei rifiuti. Si tratta di un cambio di paradigma culturale e sociale.

Agire in ottica circolare, tra l’altro, non significa penalizzare il sistema produttivo: al contrario, vuol dire valorizzare materiali e prodotti – che vengono riutilizzati, riparati, trasformati; rafforzare l’imprenditoria e l’artigianato locale e stimolare la nascita di nuovi servizi e reti di servizi sul territorio. E c’è anche una dimensione più ampia: a livello europeo, l’economia circolare ha un valore strategico perché contribuisce a ridurre la dipendenza nell’approvvigionamento di materie prime dall’estero.

In questo senso, la transizione circolare è insieme una scelta sociale e ambientale, ma anche economica e geopolitica.

Il progetto di ricerca


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