Eurac Research e le Casse Raiffeisen di Prato allo Stelvio-Tubre e Laces hanno organizzato il ciclo di conferenze "Bosco in fiamme" presso il VUSEUM di Sluderno e il castello di Coldrano a Laces.
Da sinistra: Michael de Rachewiltz (Eurac Research), Rebecca Ziegler (Eurac Research), Judith Kirschner (Università di Berna), Jenny Ufer (Eurac Research), Nikolaus Obojes (Eurac Research), Gerhard Rinner (Cassa Raiffeisen di Laces), Mauro Dalla Barba (sindaco di Laces), Harald Pechlaner (Eurac Research), Roman Horrer (presidente distrettuale dei vigili del fuoco della Bassa Val Venosta), Andreas Platter (vicedirettore dell’Ispettorato forestale di Silandro)”
Credit: Eurac Research | Valeria von MillerGli incendi boschivi da tempo non sono più solo un fenomeno locale. I grandi incendi in Amazzonia influenzano processi atmosferici e climatici a livello globale e le particelle di fumo degli incendi in Canada arrivano fino in Europa. Durante il ciclo di conferenze "Bosco in fiamme" che si è tenuto a Sluderno e a Laces l'11 e il 12 marzo, ricercatrici e ricercatori assieme a esperte ed esperti del settore hanno parlato delle cause e delle dinamiche degli incendi boschivi e delle misure che possono rendere la Val Venosta più resiliente al fuoco.
Esattamente un anno fa sopra Laces sono bruciati circa 90 ettari di bosco e le tracce della devastazione e sono visibili ancora oggi. La Val Venosta è una delle aree meno piovose dell’arco alpino e a causa del suo clima secco è particolarmente soggetta agli incendi boschivi. Come comprendere, prevenire e reagire in caso di emergenza è stato discusso durante le due conferenze della serie Rethinking.
“Gli incendi boschivi non possono essere evitati del tutto. Ciò che conta è come li affrontiamo”, ha sottolineato Mortimer Müller, ricercatore che studia gli incendi boschivi presso l’Università di Scienze Naturali (BOKU) di Vienna. Se l´80-90 per cento degli incendi nell’arco alpino è causato da attività umane, sono poi proprio le persone ad esserne maggiormente colpite. “I dati attuali mostrano che il numero degli incendi non aumenta, mentre aumenta la frequenza di incendi dalle dimensioni notevoli.” Quest’ultimi si propagano soprattutto a causa di fattori quali vegetazione facilmente infiammabile ed eventi climatici estremi come siccità, aria secca e forti venti. In particolare, la bassa umidità dell’aria favorisce il fatto che il fuoco si riesca a propagare in maniera aggressiva e rapida. Le previsioni climatiche mostrano inoltre che in Europa centrale non solo farà più caldo, ma i periodi di siccità dureranno anche più a lungo.
La lotta agli incendi ha dei limiti
In pochi lo sanno, eppure in condizioni estreme, ad esempio in caso di incendi di chioma, la lotta al fuoco è quasi impossibile ovvero alcuni incendi non possono essere spenti – indipendentemente dal numero di vigili del fuoco impegnati, dall’equipaggiamento disponibile o dal numero di elicotteri o aerei antincendio. La prevenzione è quindi fondamentale e si basa su diverse misure e provvedimenti. La sensibilizzazione può ridurre le cause antropiche, mentre le modellazioni aiutano a identificare le aree a rischio e ad adottare misure mirate. Tuttavia, è necessario ridurre attivamente il materiale combustibile attraverso la manutenzione delle aree boschive (oppure utilizzando pratiche come il pascolo, lo sfalcio e gli incendi controllati). Questa è di fatto l’unica possibilità per prevenire efficacemente gli incendi estremi. Müller vede il rischio maggiore nella distruzione dei boschi di protezione. Nell’arco alpino queste zone proteggono insediamenti, vie di comunicazione e infrastrutture da pericoli naturali come caduta massi, valanghe, colate detritiche ed erosione. Le conseguenze possono farsi sentire per anni o decenni dopo l’incendio con un aumento del rischio di danni successivi e costose misure di protezione.
Il fuoco come processo naturale
Il fuoco è un fenomeno che da secoli modella il paesaggio e di cui si trovano tracce persino nella toponomastica. Lo ha ricordato Judith Kirschner, geoscienziata presso l’Istituto di Geografia dell’Università di Berna. Solo in Ticino, ad esempio, l’etimologia di 182 toponimi rimanda agli incendi. Anche il nome del passo del Brennero risale all’anno 1288, quando per la prima volta fu menzionato in un documento il maso di un certo Prennerius. Oggi, tuttavia, gli incendi devono essere considerati in un nuovo contesto climatico e sociale. A causa del riscaldamento globale il limite del bosco si sposta verso quote più elevate, la superficie forestale aumenta, mentre le aree agricole abbandonate si ricoprono di arbusti. “Di conseguenza in futuro ci sarà più materiale combustibile e quindi condizioni più favorevoli per il propagarsi del fuoco”, ha spiegato Kirschner.
“L’incendio boschivo non è un problema di mera pertinenza dei vigili del fuoco, ma una questione di governance”, ha sottolineato la ricercatrice. Comunicare in maniera chiara il rischio alla popolazione è determinante. Dalle nostre parti siamo abituati al fatto che i soccorsi arrivano rapidamente. In altre regioni, ad esempio in Spagna, i vigili del fuoco sono oberati di lavoro e non riescono più a gestire tutti gli interventi. Alla popolazione viene spiegato come si deve comportare in caso di emergenza, qualora nessuno venisse in aiuto. In futuro bisognerà prepararsi anche a gestire eventi estremi simultaneamente. Il coinvolgimento attivo della popolazione sarà fondamentale.
Ricostruzione di un caso reale
Quanto coinvolgimento e coordinamento funzionino bene in Val Venosta lo ha dimostrato, non da ultimo, il grande incendio del marzo scorso. Roman Horrer, presidente distrettuale dei vigili del fuoco della Bassa Val Venosta, ha raccontato come da un veicolo che ha preso fuoco sulla strada verso San Martino al Monte, nel giro di pochissimo tempo, si sia sviluppato un incendio boschivo su una superficie di oltre 90 ettari, mettendo a rischio non solo zone boschive, ma anche attività e infrastrutture locali. Novanta ettari sono tanti? Per una zona come la Val Venosta, sì. Poiché le strade di accesso non erano percorribili a causa del fuoco e del fumo, gran parte delle operazioni è stata coordinata via aria – così come l’evacuazione della popolazione della frazione di San Martino. Ben sei elicotteri antincendio sono entrati in azione, mentre contemporaneamente venivano preparate vasche d’acqua e installate ulteriori condotte di acqua antincendio. Il materiale usato durante le operazioni – come tubazioni o droni con termocamera per individuare focolai nascosti – è stato fornito da vigili del fuoco e organizzazioni di protezione civile di tutto l’Alto Adige. Le statistiche presentate da Horrer: 46 organizzazioni coinvolte tra vigili del fuoco, protezione civile, Croce Bianca e soccorso alpino (CNSAS e BRD), 1.333 operatori e circa 11.942 ore di intervento dei vigili del fuoco volontari.
La prevenzione al primo posto
Tra la prima e la seconda conferenza si è svolta un’escursione nell’area colpita dall’incendio. Accompagnati da Andreas Platter, vicedirettore dell’Ispettorato forestale di Silandro, Marco Pietrogiovanna dell’Ufficio pianificazione forestale, Alexander Mantinger, comandante dei vigili del fuoco volontari di Laces, Christian Santer, direttore della stazione forestale di Laces, e dall’ingegnere forestale Michael Kessler, i partecipanti e le partecipanti hanno avuto modo di vedere di persona le impressionanti conseguenze dell’incendio.
“Contrastare gli incendi boschivi non significa solo spegnere le fiamme. È un compito costante e complesso”, ha sottolineato Andreas Platter. Il servizio forestale provinciale lavora secondo tre principi: prevenire, intervenire, ripristinare. In Alto Adige non è responsabile solo della prevenzione degli incendi, ma anche del coordinamento delle operazioni di spegnimento. Ciò include la costruzione e manutenzione di serbatoi e condutture d’acqua, la realizzazione di strade forestali, l’acquisto di attrezzature antincendio e di sostanze ritardanti di fiamma, nonché la creazione di dettagliate mappe operative. Quest’ultime grazie a informazioni su idranti, punti di prelievo dell’acqua, punti di atterraggio per elicotteri e possibili ostacoli al volo sono fondamentali in caso di emergenza. Se nonostante tutto si verificasse un incendio, la direzione delle operazioni avviene in stretta collaborazione tra autorità forestali e vigili del fuoco. In montagna, le conseguenze di un incendio sono spesso più gravi del fuoco stesso. In caso di eventi estremi può verificarsi un degrado dell’area colpita. Ciò significa che un incendio non distrugge solo gli alberi, ma compromette anche la struttura del suolo, il bilancio dei nutrienti e la funzione protettiva del bosco con conseguente erosione e difficoltà di rimboschimento.
Prendendo come esempio gli incendi boschivi in Val Venosta del 2025, Platter ha illustrato i lavori di ripristino che si sono resi necessari: abbattimenti trasversali nelle zone a rischio di caduta massi, messa in sicurezza degli accessi, riforestazione, semina di specie pioniere e monitoraggio continuo in collaborazione con partner accademici. Allo stesso tempo, subito dopo l’incendio inizia anche la “ri-colonizzazione ecologica”: insetti e uccelli ritornano rapidamente, e alcune specie traggono addirittura vantaggio dalle nuove condizioni. Tuttavia, la stabilizzazione del bosco di protezione rimane la priorità assoluta.
Il bosco e la crisi climatica
“Il nostro bosco non è statico: è il risultato di secoli di utilizzo e oggi si trova esposto a condizioni climatiche mutate”, ha spiegato Nikolaus Obojes dell’Istituto per l’ambiente alpino di Eurac Research. Ondate di calore, periodi di siccità, tempeste e incendi diventeranno in futuro più frequenti o più estremi. Abete rosso, pino e faggio ne escono indebolite, mentre la quercia – soprattutto quella mediterranea – acquista importanza. Le conseguenze sono già visibili nei boschi e vengono considerate nei progetti di rimboschimento. Questo porrà nuove sfide anche all’industria del legno fortemente orientata all’abete rosso. La domanda centrale non è quindi solo come cambierà il bosco, ma: “Che cosa vogliamo e di cosa abbiamo bisogno dal bosco in futuro?”
“I disturbi ambientali agiscono isolatamente, ma si rafforzano a vicenda”, ha sottolineato Obojes. Grandi quantità di legno danneggiato portano alla proliferazione dei coleotteri, lo stress da siccità aumenta la vulnerabilità – e accresce quindi anche il rischio di incendi boschivi. Il bosco è un ecosistema che presenta diverse fasi di sviluppo e il deperimento fa parte del suo sviluppo naturale. Ciò che conta è quanto attivamente si interviene: una maggiore diversità con boschi misti e specie adattate al clima possono aumentare la resilienza. Come già Müller e Kirschner, anche Obojes ha affrontato il concetto di “prescribed burning”, ovvero l’uso mirato e controllato del fuoco per ridurre il materiale combustibile. Importanti studi sulle foreste del Nord America mostrano che le comunità indigene hanno utilizzato questa pratica per secoli per proteggere le foreste da incendi su larga scala. Con la colonizzazione europea, questa pratica è stata in gran parte soppressa, favorendo così incendi incontrollati di grande entità. In questo senso, il fuoco può essere visto anche come uno strumento regolatore.
Al termine, tutti gli interessati sono stati invitati a porre domande e a condividere le proprie esperienze. La discussione è stata moderata da Jenny Ufer e Michael de Rachewiltz, ricercatori del Center for Advanced Studies di Eurac Research.
Harald Pechlaner ha concluso sottolineando che oggi natura e uomo sono più interconnessi che mai e che nel contesto del cambiamento climatico ciò pone sfide completamente nuove. Il concetto centrale è quello di resilienza, intesa in duplice senso: come forza e capacità di resistere alle crisi di fronte a sollecitazioni prevedibili, ma anche come capacità di affrontare fasi di incertezza e sviluppi non completamente controllabili. Infatti, la crisi climatica comporta dinamiche solo in parte prevedibili. Proprio per questo oltre alla resilienza è necessario sviluppare una competenza nella gestione del rischio. L’incertezza può generare paura, ha affermato Pechlaner, ma deve essere tradotta in una comprensione del rischio consapevole e riflessiva. Una società che si prepara bene al futuro è una società che ha la capacità di valutare e gestire il rischio.
Le due serate sono state aperte da Harald Pechlaner, direttore del Center for Advanced Studies di Eurac Research, Heiko Hauser, sindaco di Sluderno, e Mauro Dalla Barba, sindaco di Laces. I saluti dei partner organizzatori, le Casse Raiffeisen di Prato allo Stelvio-Tubre e Laces, sono stati portati dai rispettivi direttori Werner Platzer e Gerhard Rinner.
Un sentito ringraziamento va all´Unione provinciale corpi dei Vigili del Fuoco Volontari dell’Alto Adige, all’Ispettorato forestale di Silandro, al Museo della Val Venosta VUSEUM, alla cooperativa sociale Vinterra e al centro di formazione Castello di Coldrano.



