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Dormire in alta quota non è poi così male

La ricerca dimostra che ciò che soggettivamente può sembrare una pessima esperienza, in realtà ha una qualità soddisfacente.

Credit: stock.adobe.com | Remo Peer | All rights reserved

La gloriosa vetta è stata felicemente conquistata, ma che notte! Terribile. “Non sono riuscito a chiudere occhio e non augurerei una notte del genere nemmeno al mio peggior nemico”, dichiarò Michel-Gabriel Paccard nel 1786, di ritorno dalla prima scalata del Monte Bianco insieme a Jaques Balmat, per la quale i due avevano allestito il loro campo base a 2300 metri s.l.m.. Quello che è considerato il momento della nascita dell'alpinismo moderno ha dato anche avvio a un tratto che da allora accomuna alpinisti estremi e alpinisti amatoriali: la lamentela per il cattivo sonno.  

“L'impressione soggettiva di Paccard ha influenzato a lungo anche il punto di vista della scienza”, spiega Nikolaus Netzer, medico specializzato in medicina del sonno e dell'alta quota, che da 30 anni si occupa del sonno in altitudine. “Si è sempre dato per scontato che in altitudine si dorma molto male. E spesso è proprio quello che si prova. Ma questo dice poco sulla qualità oggettiva del sonno”.

Capire da soli quanto oggettivamente dormiamo bene… è impossibile

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Parete sud dell'Aconcagua nelle Ande argentine. Durante una spedizione nel 1993, Nikolaus Netzer, medico specializzato in medicina dell'altitudine e del sonno, ha analizzato qui la qualità oggettiva del sonno dei partecipanti.Credit: Courtesy of Nikolaus Netzer | All rights reserved
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A 6400 metri di quota viene montata la tenda in cui Netzer sottopone il team della spedizione a un esame medico completo del sonno (polisonnografia).Credit: Courtesy of Nikolaus Netzer | All rights reserved

La cosa riguardava il sonno, ma non unicamente. Un’ipotesi diffusa nella medicina di alta quota era infatti quella che la scarsa qualità del sonno contribuisse al mal di montagna. Tuttavia, la qualità del sonno dei membri della spedizione sull'Aconcagua – tre uomini e una donna – era secondo Netzer “sorprendentemente buona”. In termini oggettivi “buona” si traduce in: durata del sonno sufficiente e percentuali adeguate di sonno profondo (sonno delta) e sonno REM (sonno con movimenti oculari rapidi). “Entrambi,” spiega Netzer, “sono necessari per rigenerarsi fisicamente e mentalmente. Il sonno delta serve al riposo delle cellule e degli organi e al rafforzamento del sistema immunitario. Il sonno REM è necessario per le prestazioni mentali”.

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Un partecipante alla spedizione, collegato durante il sonno all'apparecchio per la polisonnografia. Vengono misurate le onde cerebrali, i movimenti oculari, l'attività cardiaca e i parametri respiratori.Credit: Courtesy of Nikolaus Netzer | All rights reserved
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Netzer con uno dei partecipanti allo studio.Credit: Courtesy of Nikolaus Netzer | All rights reserved

Studi successivi, condotti in altitudini reali e simulate, hanno mostrato risultati diversi a seconda di variabili quali l'acclimatamento o lo sforzo durante la salita, ma sono giunti sostanzialmente alla stessa conclusione: “La qualità del sonno in altitudine non è così scarsa come si pensava, anzi spesso è addirittura buona”.
Non sorprende però che nei rifugi di montagna o nei campi base la sensazione sia spesso diversa: freddo, umidità elevata, vento ululante, compagni di tenda, preoccupazione di non riuscire a raggiungere la vetta il giorno successivo... molti fattori possono contribuire alla sensazione di aver trascorso una pessima notte.

Interruzioni del respiro, da dieci a dodici secondi

“Se il sonno fosse così pessimo come si pensa, l'uomo non sarebbe in grado di salire a queste altitudini”

Nikolaus Netzer

Negli anni Ottanta, quando erano già disponibili i moderni polisonnografi, alcuni esperimenti condotti nelle camere a pressione negativa dell'aeronautica militare statunitense hanno dimostrato che le pause respiratorie (apnee) durante la respirazione periodica in altitudine provocano moltissime piccole reazioni inconsce di risveglio (arousal) – “questo sembrava poter dimostrare definitivamente che non si riesce a dormire bene in alta quota”, afferma Netzer. “Ma a quanto pare il corpo umano riesce a gestire questi risvegli”. Fatto che non è poi così sorprendente, vista la nostra evoluzione: “Chi dorme su un albero sotto il quale passano le tigri deve essere sempre in una sorta di stato di allerta. Ed è qualcosa che si può anche allenare: chi lo fa spesso, lo sopporta meglio. Lo si vede negli atleti estremi, che sono in grado di dare il massimo anche dopo un sonno molto breve. ”

Le prestazioni degli alpinisti sono sempre state un indizio del fatto che le notti descritte nella letteratura alpinistica come tormentate (“dormire era una parola grossa”, scrisse l'alpinista americano Steve House a proposito del modo in cui trascorreva le notti in bivacco a 5000 metri di altitudine) sono oggettivamente più riposanti di quanto sembrino, afferma Netzer: “Se il sonno fosse così pessimo come si pensa, l'uomo non sarebbe in grado di salire a queste altitudini”.

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A una quota simulata di 4000 metri, uno studio condotto nel simulatore climatico terraXcube ha esaminato se il sonno in altitudine migliora significativamente quando si sopprime la respirazione periodica. L’effetto è stato ottenuto coprendo la parte superiore del corpo, in questo modo aumenta infatti il contenuto di anidride carbonica nell'aria respirata.Credit: Eurac Research | Annelie Bortolotti
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Lo studio ha dimostrato che la normalizzazione della respirazione non ha un impatto significativo sulla struttura del sonno.Credit: Eurac Research | Annelie Bortolotti

Una volta chiarito che la respirazione periodica non rovina completamente il sonno, rimaneva comunque un’interessante domanda a cui rispondere: si dorme meglio senza di essa? Nell'ambito di uno studio congiunto condotto da Eurac Research e dall'Università di Medicina di Innsbruck nel simulatore climatico terraXcube, è stato esaminato anche questo aspetto. Sedici soggetti hanno trascorso due notti a un'altitudine simulata di 4000 metri: in una notte è stata consentita la respirazione periodica; nell'altra, senza che i partecipanti ne fossero a conoscenza, la respirazione è stata stimolata in modo che procedesse normalmente. “Questo però non ha avuto un'influenza significativa sulla struttura del sonno”, afferma Netzer, che ha partecipato alla realizzazione dello studio. “C’è da dire che le misurazioni nel terraXcube sono limitate dal fatto che il flusso d'aria generato dalle pompe a vuoto causa un certo inquinamento acustico”. Anche nel terraXcube, dunque, non ci si è liberati del… fastidioso vento che soffia intorno al rifugio!

Quanto la qualità soggettiva del sonno risenta delle condizioni climatiche e di altri fattori di disturbo dipende fortemente dall'individuo ed è difficile da determinare, afferma Netzer. Ciò che si può dare per certo è che l'aspettativa di dormire male non contribuisce a un riposo notturno ristoratore. Sapere che la qualità del sonno non è poi così male dovrebbe quindi avere l'effetto opposto, afferma Netzer. Un consiglio per alpinisti e alpiniste: rilassatevi.

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