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Parlare di difesa è un tabù

La politica militare di cui in Italia non si parla abbastanza

Credit: Adobe Stock | EdNurg | All rights reserved

Perché molti fenomeni sociali vengono letti attraverso la lente della sicurezza?

Elisa Piras: Temi come il disagio giovanile o il degrado urbano non derivano solo da problemi di sicurezza, ma sono fenomeni che celano dinamiche di esclusione e marginalizzazione. La sicurezza, però, è la chiave di lettura più spendibile, per la quale è più immediato individuare risposte puntuali, visibili e giustificabili politicamente. Questo è uno dei motivi. Un altro riguarda la responsabilità dei media nel parlare di “emergenza sicurezza”, anche quando i dati sembrano dirci che non ci sia in corso nessuna crisi.

Da un lato c'è l’ubiquità del termine sicurezza nel discorso pubblico, dall’altro c'è l’incapacità di pensare a soluzioni più articolate in cui le istituzioni e le forze dell’ordine devono interagire con altri attori. Risposte organiche ai temi del disagio giovanile, del degrado urbano, della gestione dei migranti e dei richiedenti asilo richiederebbero programmi ad ampio raggio, che dovrebbero coinvolgere attori istituzionali ma anche la società civile. Non sono partnership facili da mettere in piedi, da portare avanti e da comunicare; quindi, tante volte si ricorre alla scorciatoia cognitiva e comunicativa di trovare un problema semplice a cui si può dare una soluzione semplice.

 

La sicurezza può essere descritta come assenza di pericoli, ma per eliminare i pericoli dobbiamo anche accettare di limitare la nostra libertà, ad esempio. Cosa siamo disposti a sacrificare in nome della sicurezza?

Matteo Mazziotti di Celso: Un dato interessante registrato in Sicilia dopo gli attentati a Falcone e Borsellino mostrava che la stragrande maggioranza dei siciliani all’epoca si dichiarava disposta a restaurare la pena di morte. In un contesto permeato dalla paura, l’idea di democrazia liberale si affievolisce, anche perché molto spesso le regole e procedure democratiche vengono percepite come ostacoli alla risoluzione rapida ed efficace delle crisi. In realtà ciò non è sempre vero, ma di fronte alla paura tutti i nostri diritti e i valori democratici vengono messi da parte. Il sondaggio svolto in Sicilia la dice lunga: davanti alla paura siamo disposti a tornare anni e anni indietro rispetto alle conquiste civili che abbiamo ottenuto.

 

Matteo Mazziotti di Celso

Credit: Eurac Research | Annelie Bortolotti

In Italia l’esercito è stato spesso impiegato per assolvere a compiti che invece spetterebbero alla polizia. Come si è arrivati a questa scelta?

Mazziotti di Celso: Si è trattato dell’interazione di diversi fattori.

Il primo era la necessità di trovare un impiego legittimo per le forze armate dopo la fine della guerra fredda: la soluzione è stata l’utilizzo dei militari a supporto delle forze di polizia e in caso di calamità naturali. Entrambi sono stati ambiti di intervento molto popolari e apprezzati e hanno consentito alle forze armate di mantenere una certa rilevanza nella società.

Il secondo fattore è di carattere economico: con la riduzione della spesa pubblica ci si è trovati a dover spendere meno per le forze dell’ordine, mentre le forze armate erano disponibili a intervenire e a colmare questi vuoti.

Il terzo motivo è che l’Italia, dal 1992 in poi, ha dovuto subire una serie di minacce alla sicurezza: prima la mafia al Sud e dal 2001 gli attentati terroristici che, anche se non colpivano l’Italia, giustificavano lo stato di allerta e terrorizzavano la popolazione.

In questo contesto due fattori strutturali – ridotte risorse economiche e pressione da parte delle forze armate – hanno portato la politica a scegliere di affidarsi all’esercito per questioni di sicurezza interna.

Di recente le cose sono un po’ cambiate: dal punto di vista organizzativo i militari hanno iniziato a lamentarsi di dover assolvere a questi compiti, e dal punto di vista economico l’Italia è in una situazione migliore rispetto a quella del 2011.

Operazioni come “Strade sicure” però sono estremamente popolari: i sondaggi mostrano che più dell’80 per cento della popolazione sostiene la politica che prevede l’utilizzo dei militari per operazioni di ordine pubblico. Alla gente non dispiace vedere il personale militare per strada e la politica non è disposta a pagare il prezzo di mettere fine a questa operazione.

 

Matteo Mazziotti di Celso, lei sostiene che in Italia il rapporto fra società ed esercito dovrebbe migliorare. In che senso e a quale scopo?

Mazziotti di Celso: Ci sono due aspetti: uno è organizzativo, nel senso che le forze armate italiane non riescono a essere strutturalmente efficaci perché nessuno vuole entrarci. L’Italia ha sempre avuto un problema di assenza di interesse verso l’esercito che ha risolto nei modi più disparati: offrendo contratti a tempo indeterminato, “regalando” il posto fisso a molte persone che stavano nell’esercito solo per un anno, arruolando anche chi non era idoneo o non aveva nessun tipo di capacità, togliendo alcuni requisiti psicofisici all’entrata, e promuovendo massicce campagne di promozione nelle zone più depresse d’Italia, ma d’altronde non c’erano altre soluzioni. Ora, se non si crea un po’ di vero interesse per questo tipo di carriere, lo scenario non è roseo: o si tagliano le forze armate dell’80 per cento, o i nostri contingenti militari saranno sempre composti da gente in cerca di altri scopi e di bassa qualità, cosa che chiaramente nessuno vuole.

Il secondo motivo per cui c'è un problema nel rapporto tra società e forze armate è che la popolazione le apprezza. Tutti i sondaggi dicono che sono le istituzioni che godono di maggiore fiducia dopo le forze di polizia, ma le persone le apprezzano in quanto credono che siano uno strumento di protezione civile, di intervento in caso di calamità naturali o a supporto delle forze di polizia. Non è così. Questo compito spetta alle forze di polizia e alla protezione civile. L’esercito serve ad altro. Se c'è questo fraintendimento casca il palco, perché abbiamo un corpo militare apprezzato per mansioni che non sono le sue non per quello che dovrebbe fare. Quindi l’esercito viene apprezzato, ma sulla base di un equivoco.  

 

In Germania, uomini di età compresa tra i 17 e i 45 anni dovranno chiedere un’autorizzazione preventiva per soggiorni all’estero superiori ai tre mesi, anche se, finché il servizio militare resta volontario, l’autorizzazione si considera concessa. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche altri paesi europei. È immaginabile uno scenario di questo tipo in Italia?

Mazziotti di Celso: Il problema innanzitutto è connesso all’appartenenza alla NATO, che richiede agli stati membri di soddisfare determinati requisiti. Sui paesi che non lo fanno viene esercitata una forte pressione. Per questo, la Germania deve aumentare l’organico delle proprie forze armate: entro il 2035 dovrebbe arrivare a 260 mila persone, un numero altissimo. La leva obbligatoria risponde a questa necessità, ma non ha alcun tipo di legittimità in Germania. Ci sono state molte proteste, ritengo impensabile che possano imporla e oltretutto hanno difficoltà a trovare volontari. Anche l’Italia si trova di fronte alla necessità di aumentare gli organici, però rispetto alla Germania c’è una minore percezione della minaccia e quindi una minore legittimità di qualsiasi tipo di nuova politica militare. Da noi il dibattito è totalmente tabù, l’Italia non ha mai saputo raccogliere interesse per l’apparato militare. La leva obbligatoria fu sospesa dal 2005 senza pensare a soluzioni alternative: “intanto togliamola e poi vediamo”.

La NATO però ci farà una pressione enorme, per certi aspetti ce la sta già facendo. La vera questione, secondo me, è questa: vogliamo far parte della NATO? Se la risposta è sì, allora dobbiamo aumentare gli organici. Come? La Germania offre fino a 3.000 euro a chi si arruola volontariamente, più di quanto prende un professore in Italia.

 

Quanto pesa la retorica della minaccia, spesso amplificata anche dal discorso politico e mediatico, nella costruzione delle politiche di sicurezza?

Piras: Le ultime visioni strategiche della NATO e dell’Unione Europea cercano di definire un’allerta prioritaria verso le cosiddette minacce ibride, per esempio hackeraggi su larga scala che possono bloccare intere reti dei trasporti, centrali elettriche o nucleari, o creare problemi ai sistemi di sorveglianza. Tra le minacce ibride rientra anche la propaganda malevola che viene fatta per destabilizzare le regioni vicine ai confini. Si cita spesso un esempio di qualche anno fa: dal 2021 il governo bielorusso incentiva l’ingresso di migranti che provengono da paesi mediorientali in guerra, stanziandoli in zone ai confini con la Polonia e la Germania per agevolare il loro passaggio nell’UE, contribuendo alla polarizzazione del dibattito democratico in questi paesi. EU e NATO sono consapevoli che siamo di fronte a uno scenario di minacce sempre più ibride, che non utilizzano solo il mezzo militare. Quindi, non solo la definizione della minaccia diventa molto importante, ma diventa importante che ci sia congruenza tra le minacce a cui si deve rispondere e gli strumenti che vengono utilizzati. Non siamo ancora arrivati ad avere questa congruenza.

 

Elisa Piras

Credit: Eurac Research | Annelie Bortolotti

Il sistema di sicurezza internazionale delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace è ormai sorpassato?

Piras: Le Nazioni Unite stanno conoscendo forse la più grossa crisi della loro storia. Siamo arrivati a un momento in cui è lecito chiedersi che senso abbia il sistema di salvaguardia della pace che era stato elaborato dopo il 1945. I membri permanenti del Consiglio di sicurezza sono talmente divisi che non arriveranno mai a una posizione comune, neanche su temi relativamente semplici. António Guterres, il Segretario generale delle Nazioni Unite, continua a invitare i membri a una maggiore collaborazione, ma se gli Stati Uniti –che sono stati uno dei pilastri di questo sistema – non pagano più le quote e non rispettano le procedure, abbiamo un sistema in crisi. È una crisi politica, ma sta diventando sempre più anche una crisi finanziaria e amministrativa. Non solo il mantenimento della pace, anche la sicurezza alimentare, la difesa del pluralismo culturale, dell’ambiente, dell’infanzia dipendono dal sistema delle Nazioni Unite e sono messe a rischio da un Consiglio di sicurezza così polarizzato e dove al momento non c’è comunicazione.

Non saprei dire se sia un sistema superato, io spero di no perché il diritto internazionale che abbiamo dipende fortemente da questo sistema e se dovessimo ammettere la sconfitta delle Nazioni Unite sarebbe l’inizio di una “giungla internazionale”.

 

Elisa Piras, uno dei suoi temi di ricerca è la sicurezza umana. Di cosa si tratta?

Piras: La sicurezza umana si riferisce a un concetto di sicurezza intesa non soltanto in termini militari e strategici, ma in relazione a tante dimensioni diverse, tra cui la possibilità di avere un’educazione di alto livello, disporre di risorse naturali incontaminate o che non comportino rischi per la salute, avere modelli di mobilità efficiente e sostenibile. Per tanto tempo l’UE è stata vista come un sistema istituzionale che trascendeva il concetto classico di sicurezza intesa come rischio esistenziale minimizzato e promuoveva un’idea alternativa, legata al fatto di vivere in società aperte, libere e caratterizzate dal welfare state.

In un momento di crisi come quello attuale, con la guerra alle porte, il tema della sicurezza umana va inevitabilmente in secondo piano e viene spesso rappresentato polemicamente come “un tema da radical chic”.

 

Matteo Mazziotti di Celso, a proposito di guerra alle porte, lei scriveva che la guerra in Ucraina poteva essere un’occasione affinché l’Italia rivedesse la sua politica militare. È stato effettivamente così?  

Mazziotti di Celso: No, mi ha sorpreso non vedere negli ultimi quattro anni cambiamenti importanti nel dibattito sulla politica militare italiana e nemmeno dal punto di vista economico. Si parla tanto di bilancio, ma non è vero che è aumentato, in termini relativi al PIL è uguale a prima. Dal punto di vista dei rapporti con la società, nessuno ha sollevato il tema del rapporto tra popolazione e forze armate e lo ha analizzato criticamente. Se ne parla solo in modo ideologico e fazioso. In Germania è stata fatta una riflessione enorme, invece in Italia il tema è stato rimosso dal dibattito pubblico e si sono verificati pochissimi cambiamenti. E quei pochi che sono stati fatti sono avvenuti a livello organizzativo all’interno delle forze armate e non hanno raggiunto l’opinione pubblica. Questo è dovuto al fatto che noi non percepiamo questa guerra come pericolosa per noi. Lo dicono tutti i sondaggi: l’Italia è il paese europeo meno sensibile a questa minaccia.

 

Elisa Piras, Matteo Mazziotti di Celso

Credit: Eurac Research | Annelie Bortolotti

Chiudiamo tornando alle nostre città, quali alternative abbiamo a videosorveglianza e militari che presidiano stazioni e monumenti?

Mazziotti di Celso: La sicurezza è una spesa inefficiente, nel senso che ogni soldo dato a un agente di polizia non è investito in altre attività che produrrebbe un ritorno molto maggiore. Utopisticamente, gli apparati di sicurezza non dovrebbero esistere perché sono investimenti che non hanno un ritorno.

La sicurezza cresce parallelamente ai diritti, non è in antitesi ad essi. Bisogna avviare un dibattito serio e smettere di parlare di sicurezza in maniera emergenziale. La sicurezza può essere interpretata in mille modi e questo va spiegato. Dico una banalità, ma l’informazione e la cultura sono sempre la soluzione.

Matteo Mazziotti di Celso ed Elisa Piras hanno partecipato al convegno “La securitizzazione degli spazi urbani”  organizzato dal Center for Advanced Studies di Eurac Research.

 

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