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Perché falliamo nella lotta al cambiamento climatico – ma dobbiamo comunque portarla avanti

Un sociologo e un biologo a confronto

Georg Niedrist, che cosa nella nostra evoluzione potrebbe spiegare il fatto che, nonostante la consapevolezza del cambiamento climatico, rimaniamo così inerti?

Georg Niedrist: L’essere umano è evolutivamente predisposto a risolvere problemi a breve termine, non a lungo termine. Il nostro cervello reagisce alle minacce immediate, non agli scenari astratti. Se metto la mano sulla piastra calda, provo immediatamente dolore e imparo la lezione. Una delle ragioni della nostra inerzia è il disaccoppiamento tra causa ed effetto: agiamo oggi senza percepire direttamente le conseguenze, che sono diffuse e distribuite su decenni e su tutto il pianeta. Nel caso del buco nell’ozono, la conseguenza diretta è stato il cancro della pelle. Nel caso del riscaldamento globale, la conseguenza rimane inizialmente astratta. Molti dicono che non si potrà più sciare, ma in realtà si tratta della perdita delle condizioni di vita fondamentali: habitat, agricoltura, acqua. Questo porta a conflitti, perché bisogna fare i conti con meno risorse.
Inoltre, la crisi climatica ci mette di fronte a paura, perdita e rinuncia, e noi reagiamo con un senso di sopraffazione e sulla difensiva. L’abitudine e la comodità fanno il resto. Le persone sono riluttanti a cambiare i loro comportamenti, soprattutto se hanno vissuto così per anni. Ultimamente noto persino una certa irritazione: che si tratti di pompe di calore o di auto elettriche, molti si oppongono di riflesso a qualsiasi cambiamento perché lo associano a una direzione politica – “verde”, “di sinistra” – anche se ne trarrebbero vantaggi finanziari.

Il sociologo Jens Beckert (a destra) e il biologo Georg Niedrist conversano nella sede centrale di Eurac Research.

Credit: Eurac Research | Annelie Bortolotti

Jens Beckert, lei ha dedicato un intero libro a questa questione. Secondo lei il capitalismo è uno dei responsabili principali del problema. Perché proprio questo sistema è così poco propenso alla mitigazione dei cambiamenti climatici?

Jens Beckert: Come sociologo vedo il problema meno nella psicologia delle persone quanto piuttosto nelle strutture in cui agiamo. La nostra società è caratterizzata da istituzioni e modelli culturali: sistemi economici, politici e sociali che sono interconnessi e creano determinati incentivi.
Nell’economia capitalistica, le aziende investono solo se possono sperare di realizzare un profitto. La crescita è la condizione fondamentale del sistema e la crescita implica sempre anche il consumo di risorse. Finché i costi ambientali non saranno inclusi nei prezzi, continueremo a sovraccaricare il pianeta. A ciò si aggiunge il fatto che i cicli elettorali, in cui ogni quattro anni le carte vengono rimescolate, sono orientati al successo a breve termine. La politica climatica, invece, implica investimenti, cioè costi, i cui risultati saranno visibili solo dopo generazioni. Questo non è il modo per vincere le elezioni. E lo sperimentiamo ogni giorno: viviamo in infrastrutture che rendono difficile agire in modo sostenibile. Prendiamo ad esempio Bolzano: chi vive fuori città ha bisogno dell’auto, ma non si tratta di un fallimento individuale, bensì di una conseguenza dei sistemi in cui viviamo.

Credit: Eurac Research | Annelie Bortolotti

“La crescita è la condizione fondamentale del nostro sistema e implica sempre anche il consumo di risorse“.

Jens Beckert

Spesso si dice: dobbiamo comunicare meglio, “coinvolgere” le persone. Quanto è efficace questo approccio?


Beckert: Sono sempre stato diffidente nei confronti della frase: “La situazione è grave, ma se ci impegniamo davvero, ce la faremo”. È un approccio di tipo pedagogico – non dobbiamo scoraggiare le persone – ma a mio avviso è fondamentalmente sbagliato. Abbiamo bisogno di una comunicazione onesta. Solo così si può reagire in modo sensato e vedere: da dove possiamo partire per – non dico risolvere il problema – ma fare un passo avanti?

Niedrist: Questo è esattamente il dilemma in cui mi trovo come scienziato. Devo trasmettere fatti, per la maggior parte negativi. Ma so anche che le persone reagiscono istintivamente con un rifiuto per queste notizie. Quindi mi trovo di fronte a un grande dubbio: non devo edulcorare nulla, ma voglio anche avere un impatto positivo sulla società. Riuscire a conciliare queste due cose sarà, credo, la sfida definitiva della comunicazione scientifica nei prossimi anni.

Un concetto suggestivo per creare consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni è l’impronta di carbonio. Jens Beckert, lei ritiene che dietro a questo concetto si nasconda altro?

Beckert: Sì, una strategia deliberatamente adottata dall’industria per attribuire la colpa del cambiamento climatico al fallimento morale degli individui. L’impronta di carbonio è stata resa popolare da un’agenzia pubblicitaria americana su incarico della BP. In questo modo la responsabilità viene trasferita all’individuo: “Basta non volare così tanto!”. L’industria petrolifera ha attivamente promosso questa narrativa perché distoglie l’attenzione dalle strutture. Così non si parla più dell’urgente necessità di abolire i sussidi alle energie fossili e di creare incentivi per la transizione alle energie rinnovabili, ma si parla di colpa personale.
Ciononostante, l’impronta di carbonio ha comunque un effetto utile in termini di sensibilizzazione, perché illustra in modo molto chiaro quanto sia enorme il consumo di CO₂ nelle classi sociali più elevate e tra i super ricchi, e quanto sia distribuito in modo diseguale nel mondo.

Credit: Eurac Research | Annelie Bortolotti

“Dietro l’aumento del fabbisogno energetico ci sono motivazioni profondamente umane: l’ambizione, la mobilità illimitata, la ricerca della differenziazione“.

Georg Niedrist

Se le emissioni di CO₂ aumentano con il benessere, di fatto la crescita e la mitigazione dei cambiamenti climatici sono incompatibili?

Beckert: Le società diventano ricche consumando molta energia e, finché questa energia è fossile, il benessere comporta automaticamente emissioni elevate. La ricchezza è quindi strettamente legata alle emissioni di CO₂. Il desiderio di comfort è presente in tutti gli strati sociali: alcuni vogliono recuperare il ritardo, altri mantenere il proprio status. Finché lo status sociale sarà definito dal consumo, il consumo di energia continuerà ad aumentare. L’unica via d’uscita consiste nel disaccoppiare consumo ed emissioni, attraverso le energie rinnovabili e non solo attraverso l’efficienza. Come possa funzionare una società che non si integra attraverso il consumo è una questione completamente aperta, per questo gli sforzi sono concentrati sulla trasformazione dei sistemi energetici e non sulla riduzione del consumo energetico attraverso la rinuncia.

Niedrist: L’aumento delle emissioni di CO₂ dimostra anche che molte persone vivono meglio. Non è questione di “ricchi cattivi”, ma del legame tra benessere crescente e aumento del fabbisogno energetico. Dietro a questo ci sono motivazioni profondamente umane: il confronto, l’ambizione, la mobilità illimitata, la ricerca della differenziazione. Queste spinte ci hanno reso una specie di successo, ma allo stesso tempo ci hanno portato alla crisi.

“L’impronta di carbonio è una strategia deliberatamente adottata dall’industria per attribuire la colpa del cambiamento climatico al fallimento morale degli individui“.

Jens Beckert

Jens Beckert, lei afferma ancora una volta che il problema non è “umano”, ma storico. Cosa vuole dire con questo?

Beckert: Il nostro attuale comportamento di consumo è il risultato di un processo storico. Per secoli sono esistite regole che limitavano l’aspirazione a un certo status: codici di abbigliamento, barriere sociali. Solo il sistema economico moderno e – se vogliamo – la democrazia, che promette benessere per tutti, hanno stimolato questo impulso. La nostra economia si basa sul fatto che vogliamo sempre di più. Sarebbe quindi errato considerarla una costante antropologica: è un prodotto delle nostre istituzioni.

Ci servono nuovi limiti?

Niedrist
: Matematicamente, se volessimo sperare di mantenere un riscaldamento di 1,5 °C, sarebbe necessario un blocco globale totale come quello avvenuto durante la pandemia di Covid19. Al momento non è realistico. Tuttavia, dopo 80 anni di libertà quasi totale, stiamo entrando in una fase in cui dobbiamo renderci conto che sono i limiti del pianeta a dettare le regole. In linea di principio è semplice: più ci impegniamo ora, meno restrizioni subiranno le prossime generazioni. Se continuiamo ad agire senza limiti, i nostri figli e nipoti subiranno restrizioni ancora più severe. Come società, dobbiamo prendere questa decisione ora: con le leggi della natura non si può negoziare.

“Dopo 80 anni di libertà quasi totale dobbiamo renderci conto che sono i limiti del pianeta a dettare le regole“.

Georg Niedrist

Georg Niedrist, lei lavora anche nell’azienda agricola dei suoi genitori: quanto è forte in questo settore la disponibilità al cambiamento, dove sono le difficoltà maggiori?

Niedrist: L’interesse dipende molto da ciò che si produce. Nella viticoltura, dove il clima determina direttamente la qualità, la sensibilità è alta. Nell’allevamento invece le conseguenze sono meno evidenti, quindi la consapevolezza è minore. Indipendentemente da ciò, l’agricoltura si percepisce piuttosto come vittima: “Dobbiamo adattarci”, si dice, ma raramente ci si assume la responsabilità delle emissioni. Un esempio: a Caldaro bisognerebbe realizzare un invaso in un bosco di faggi, una misura di adattamento necessaria. La perdita del bosco comporta però a sua volta rilascio di CO₂, che aggrava ulteriormente le conseguenze per l’agricoltura. Esistono molti conflitti di questo tipo. E dimostrano anche che le soluzioni sono spesso più difficili da attuare nella pratica di quanto sembri a prima vista, soprattutto in agricoltura.

Credit: Eurac Research | Annelie Bortolotti

Entrambi sostenete la necessità di concentrarsi maggiormente sull’adattamento climatico. Non è già un’ammissione di fallimento?

Beckert: L’adattamento non è un segno di fallimento, ma una espressione di realismo. Significa prendere sul serio il mondo che è cambiato. Se dobbiamo prepararci a un riscaldamento di 2,5 o tre gradi, allora ora dobbiamo pensare a come affrontare le conseguenze: nelle città, nell’agricoltura, nelle infrastrutture, nella sicurezza sociale. L’adattamento è una politica intelligente.

Niedrist: La penso esattamente così. L’adattamento può anche offrire nuove prospettive economiche. Per noi, regioni ricche dell’Europa centrale, vedo però le sfide maggiori nell’adattamento sociale. Quando le risorse scarseggiano, il clima tra le persone si fa pesante. Dobbiamo per forza riflettere sulla distribuzione delle risorse, sulla migrazione e, in ultima analisi, su come proteggere la democrazia.

“Adattamento climatico vuol dire prendere sul serio il mondo che è cambiato“.

Jens Beckert

Molti sperano che la tecnologia risolva il problema. Come la vedete: speranza legittima o un’illusione pericolosa?

Beckert: Personalmente lo definisco pensiero magico: l’idea che la tecnologia possa sostituire il cambiamento sociale. Ogni tecnologia ha i suoi limiti: ecologici, economici, sociali. La tecnologia di rimozione della CO₂ è ancora agli inizi: è costosa, inefficiente e non è chiaro se sarà sufficientemente scalabile. Se crediamo di poter risolvere il problema in questo modo, stiamo solo trasferendo la responsabilità. Ciò non significa che non dovremmo investire in innovazioni per la mitigazione dei cambiamenti climatici, significa solo che non dobbiamo lasciarci distrarre dalle misure di riduzione della CO₂.

Niedrist: La tecnologia è assolutamente necessaria per evitare ulteriori emissioni, per adattarsi alle conseguenze e per rimuovere la CO₂ dall’atmosfera. Tuttavia, non deve servire da pretesto per trascurare altri passi importanti, come il cambiamento dei modelli comportamentali.

“Allo stato attuale delle conoscenze non esiste un unico punto in cui tutto collassa. Ogni decisione conta; ogni decimo di grado in meno aiuta“.

Georg Niedrist

Alla luce di tutto ciò: come riuscite a trovare un equilibrio personale tra realismo e rassegnazione?

Beckert: Sono realista. Non credo che raggiungeremo gli obiettivi climatici concordati. Ma per me questo non significa rassegnarsi, bensì chiedersi quali opzioni ci rimangono in queste condizioni. Sicuramente occorre prestare grande attenzione all’adattamento, non solo alle infrastrutture tecniche, ma anche al modo in cui proteggiamo le società. C’è margine di manovra nell’azione politica, le maggioranze possono cambiare. In questo senso è un invito a impegnarsi: dobbiamo semplicemente continuare a lavorare.

Niedrist: Sono d’accordo. Il sistema climatico presenta molti punti di svolta che si influenzano a vicenda. Ma, allo stato attuale delle conoscenze, non esiste un unico punto in cui tutto cambia e l’umanità si estingue. Ogni decisione conta, ogni decimo di grado in meno di riscaldamento aiuta a preservare le risorse. Per questo vale la pena continuare.

Jens Beckert

Georg Niedrist

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